A TESTA ALTA: Peppino Nido, un uomo, una breve vita vissuta intensamente.
A Testa Alta è un’opera intima, sincera e sorprendentemente potente. Non è un romanzo, non è un saggio, ma un atto d’amore: un figlio che, con delicatezza e precisione, ricostruisce la vita del padre Peppino e della sua famiglia, trasformando la memoria privata in una testimonianza universale.
Da lì, il racconto si dispiega come una lunga saga familiare e popolare, attraversando povertà, emigrazione, guerre, tragedie e rinascite. Le pagine dedicate a Filomena e Giulio, i genitori di Peppino, sono tra le più toccanti: l’adozione alla ruota degli esposti, l’infanzia dura ma dignitosa, la miseria e la forza d’animo, il matrimonio semplice ma intenso, la devastante emigrazione in America, e persino la disfatta di Adua, narrata con asprezza.

Il soggetto protagonista del libro, naturalmente, è Peppino: un uomo schivo, lavoratore, orgoglioso, segnato dalla guerra e dalla prigionia, ma capace di una dignità silenziosa che è il vero filo conduttore dell’opera. Le sue vicende non sono eroiche nel senso spettacolare del termine: sono eroiche perché vere, quotidiane, combattute sulla scia della famiglia, del lavoro, della musica, elemento che ricorre come identità di fondo che caratterizza tutto il suo percorso.
Una parte particolarmente bella è la sezione dei ricordi e aneddoti, che aggiunge colore, ironia, quotidianità; fanno sorridere e, a volte, stringono il cuore. Qui il libro si scalda, diventa più leggero, respirando la vita di paese, la comunità, le tradizioni, le piccole grandi cose che costruiscono un mondo.
Lo stile dell’autore è semplice, diretto, ma pieno di rispetto. Non idealizza, non abbellisce: racconta. E nel raccontare, con onestà e pudore, restituisce a Peppino e a tutta la famiglia, la dignità che spesso la Storia nega agli uomini comuni.